L’Abruzzo da Draghi: «Cultura e spettacolo settori da sostenere»

« Il mondo dello spettacolo», spiega Carusi, «rappresenta un incarnato del mondo della cultura. Una partitura se non è suonata non prende forma, un testo teatrale se non è recitato non esiste, così come una coreografia, un copione di un film. Quindi, far tacere il mondo dello spettacolo significa rischiare di dare un colpo mortale alla nostra cultura. Ecco perché lo Stato deve prendersi cura della nostra cultura per poterla traghettare al di là dell’oceano tempestoso e mortale di questa pandemia. Esattamente come hanno fatto nel medioevo i religiosi che nei loro scrittoi e nelle loro biblioteche si sono presi cura, copiandoli a mano, dei grandi testi classici facendo in modo che arrivassero a noi, per evitare che nei secoli bui andassero persi […] »

IL CENTRO > 12 FEBBRAIO 2021 pag. 5 [di Domenico Ranieri] Il mondo della cultura e dello spettacolo trova un posto intorno al tavolo della politica che verrà. Al cospetto del presidente del consiglio incaricato Mario Draghi. E lo fa grazie a un pezzo d’Abruzzo, in prima linea nel sostegno di chi oggi, in Abruzzo e in Italia soffre da un anno per lo stop a un settore intero, dal cinema alla musica, al teatro, all’arte. Il pianista di Celano Nazzareno Carusi, tra le altre cose consigliere di amministrazione del Teatro alla Scala, vice presidente della Fondazione Orchestra regionale Toscana e direttore artistico della Società della musica e del teatro “Primo Riccitelli” di Teramo, ha partecipato alle consultazioni a Montecitorio insieme a Carlo Fontana, presidente dell’Agis (Associazione generale italiana dello spettacolo), e a Mario Lorini, presidente dell’Anec (Associazione nazionale esercenti cinematografici). 

«Ringraziamo il maestro Nazzareno Carusi, che, di sua iniziativa, si è reso interprete dell’esigenza di un confronto con il nostro comparto», ha evidenziato Fontana. L’incontro con Draghi è durato una ventina di minuti, che sono stati un tempo congruo per sottolineare le gravi difficoltà in cui versa il mondo della cultura e dello spettacolo. «Come rappresentanti del mondo dello spettacolo», dichiara Fontana, «abbiamo rivolto un grande ringraziamento al presidente del Consiglio incaricato professor Mario Draghi per l’attenzione che ha dimostrato nei confronti del nostro mondo, che come è noto è stato tra i più colpiti durante la pandemia. Come Agis abbiamo insistito su quelle che sono le urgenze del nostro settore, ed in particolare quella della riapertura dei luoghi di spettacolo. Su questo tema abbiamo chiesto che si possa programmare ed adeguatamente sostenere attraverso azioni di incentivazione e promozione, dal momento che il riavvio sarà molto difficile. Ci aspettiamo quindi di proseguire nel deciso sostegno nei confronti del nostro settore, verso il quale il professor Draghi ha espresso piena disponibilità». 

Nazzareno Carusi esprime parole di soddisfazione dopo l’incontro. «Ho notato l’immediata risposta del presidente del consiglio alla nostra sollecitazione», dichiara, «la sua totale disponibilità all’ascolto di quelli che sono i problemi della cultura e dello spettacolo in questa pandemia. Il presidente ha mostrato una straordinaria presa d’atto e di posizione nei confronti del nostro mondo che mai prima era stato ascoltato. Come sottolineato da più parti questa è stata una data storica». Circa le modalità dell’incontro Carusi ha aggiunto che «il presidente Fontana ha espresso i problemi del settore in maniera magistrale, mentre Draghi ha preso appunti mostrando grande attenzione». 

«Dopo l’ottimo intervento di Lorini», spiega, «ho chiosato con un riferimento onirico per il fatto che il mondo dello spettacolo rappresenta un incarnato del mondo della cultura. Una partitura se non è suonata non prende forma, un testo teatrale se non è recitato non esiste, così come una coreografia, un copione di un film. Quindi, far tacere il mondo dello spettacolo significa rischiare di dare un colpo mortale alla nostra cultura. Ecco perché lo Stato deve prendersi cura della nostra cultura per poterla traghettare al di là dell’oceano tempestoso e mortale di questa pandemia. Esattamente come hanno fatto nel medioevo i religiosi che nei loro scrittoi e nelle loro biblioteche si sono presi cura, copiandoli a mano, dei grandi testi classici facendo in modo che arrivassero a noi, per evitare che nei secoli bui andassero persi». Non è mancato un riferimento all’aspetto psicologico della riapertura. «Non sarà di facile soluzione», ha concluso Carusi, «perché c’è una componente psicologica dietro l’apertura di un momento così difficile. A New York il primo sold out al Metropolitan dopo l’attentato alle Torri gemelle arrivò 10 anni dopo. Draghi ha parlato di disastro culturale a causa della pandemia ed è evidente che un’apertura così chiara, attenta e sincera al mondo dello spettacolo rappresenta un momento storico». 

Nel giugno dell’anno scorso anche l’attore marsicano Lino Guanciale aveva lanciato attraverso il Centro un appello per chiedere di sostenere il comparto cultura e spettacolo. 

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Dieci finaliste » La corsa al titolo. Capitale della cultura 2022. L’Aquila tra storia e futuro

Nazzareno Carusi:
«Il giusto riconoscimento di una lunga storia di grandezza»

Paolo Fresu:
«Una città che sa raccontare il bello nonostante quello che è successo qui» 

Paolo Mieli:
«L’Aquila, da sola, s’è rialzata: io sono orgoglioso di darle il mio contributo»

Simona Molinari:
«Una candidatura importante per tutto l’Abruzzo, per i suoi talenti»

Giorgio Pasotti:
«È una città che meglio di altre incarna il simbolo di rinascita»

Bruno Vespa:
«L’Aquila ha cultura e un centro storico tra i più belli d’Italia, il titolo ci spetta»

Ecco perché la giuria deve puntare sul capoluogo. Biondi: «Qui siamo pronti» 

IL CENTRO > L’Aquila, 13 Gennaio 2021 [di Monica Pelliccione] Una città rinata dalle macerie. Una città tenace, intrisa di cultura in ogni scorcio, idealmente effervescente, mai spenta, mai sopita. L’Aquila coniuga storia e architettura, saperi e ricerca, formazione e innovazione. Un elemento nodale di un territorio vibrante, perennemente in trasformazione, interprete di bellezza e memoria, in costante evoluzione. Con la sua veste unica e l’ambizione di scoprirsi al mondo, si presenta all’appuntamento con la proclamazione della Capitale italiana della cultura 2022. “La cultura lascia il segno”, recita il claim di candidatura. A poco meno di una settimana dal verdetto, che si conoscerà lunedì 18 gennaio, la comunità aquilana si ritrova a marcare i tratti identitari, nelle varie forme artistiche, in un percorso che è opportunità e vetrina, riscatto e futuro. Dieci le città finaliste che si contendono il titolo. 

IL DOSSIER Conta di strappare il titolo, la città della Perdonanza e di Collemaggio, delle 99 Cannelle, del Gran Sasso. Con quella tempra tenace che taluni declinano nell’abusata “resilienza”, più facilmente identificabile con il cuore. Ci hanno buttato il cuore, gli aquilani. Si legge a chiari toni nel dossier curato dal professor Pierluigi Sacco, docente di Economia della cultura all’Università IULM di Milano dove il racconto di una storia, più o meno semplice, si intreccia con la prospettiva di un modello di «ricostruzione plausibile e possibile per l’azione». «Nel progetto di candidatura dell’Aquila la cultura è proprio il materiale connettivo capace di cicatrizzare, raccontare, evidenziare, restituire senso e dignità al vissuto traumatico, che non viene rimosso ma al contrario diventa il fondamento di una nuova vita dell’ambiente costruito e, metaforicamente, della comunità, con una sua potente valenza estetica che suscita emozione, passione, desiderio di condivisione, visionarietà innovativa», è scritto nel dossier. La conoscenza come consapevolezza. Ma anche cultura come dimensione e paradigma per re-immaginare il territorio. «L’Aquila può diventare una knowledge city del nuovo millennio che», recita il dossier, «senza imitare meccanicamente modelli stranieri di successo ma perseguendo invece una propria via allo sviluppo centrata sul rapporto tra conoscenza ed eccellenza scientifica e culturale, qualità ambientale e resilienza sociale». 

POSTA IN PALIO La città vincitrice, che manterrà il titolo per un anno, riceverà 1 milione di euro. Ma nella sfida con Ancona, Bari, Cerveteri (Roma), Pieve di Soligo (Treviso), Procida (Napoli), Taranto, Trapani, Verbania (Verbano-Cusio-Ossola) e Volterra (Pisa), L’Aquila si gioca molto di più: l’opportunità di dimostrare come la cultura racconti la storia di un territorio, la sua potenza emotiva ed etica. L’Aquila, per rendere possibile il suo Rinascimento, si è calata in un’alterità feconda, in un’avventura culturale dalle mille sfaccettature, dove il sapere è fabbricatore di crescita, la tecnologia e gli sconfinati spazi delle reti informatiche sono generatori di modernità e la memoria è uno strumento di fiducia nel domani. 

«SIAMO PRONTI» «L’Aquila è pronta, è nei fatti capitale della cultura», le parole del sindaco Pierluigi Biondi, «per la sua storia, per l’innegabile capacità di recuperare se stessa e oltre attraverso un percorso di ricostruzione fisica e sociale, dove l’elemento cultura è stato determinante per coesione e benessere. In questi mesi, sospesi a causa della pandemia, non abbiamo mollato. Abbiamo affrontato il quotidiano e continuato a dare respiro alla nostra vocazione perché crediamo che il dopo non possa essere trascurato, è il luogo in cui ci ritroveremo alla fine della crisi e non può essere lasciato in attesa di tempi migliori, ma progettato con cura e dovizia. Per il nostro territorio, perché è la candidatura di un territorio», aggiunge Biondi, «questo percorso è un’occasione, scalabile sulle aree interne italiane, esempio italiano, esempio per ogni individuo che delle sue ferite ha fatto elemento di unicità esperienziale. L’Aquila è pronta per mostrarsi come irripetibile esempio che nasce dalla Carta dell’Aquila e dai pilastri del rilancio delle città medie: innovazione, formazione, turismo e cultura». 

Il VIDEO Sponsor di caratura internazionale, personaggi che animano la vita sociale, economica e culturale del territorio. E, adesso, anche un video, realizzato dal Comune, che racconta «attraverso volti e voci il percorso verso la ricostruzione e la candidatura, esprimendo compiutamente le ragioni dell’affidabilità storica, culturale, scientifica e in termini di sicurezza». Il valore storico e culturale dell’Aquila emerge in ogni suo passaggio, in particolare nella parte conclusiva dove la basilica di Santa Maria di Collemaggio, luogo da dove, alla fine di agosto del 1294, Papa Celestino V ha emanato la Bolla della Perdonanza, primo Giubileo della storia e oggi patrimonio immateriale culturale dell’umanità Unesco. 

Quei testimonial in video che sanno emozionare 

Registi, attori, atleti e giornalisti: tanti messaggi accompagnano la candidatura La scienziata Branchesi: «Immersi nella natura, si sogna guardando il cielo» 

Nomi e volti di caratura internazionale. Registi, attori, firme del giornalismo italiano, atleti paraolimpici, maestri d’orchestra. 

C’è tanto cuore dentro i messaggi-video che accompagnano il percorso della candidatura dell’Aquila a Capitale italiana della cultura 2022. C’è l’emozione che vibra nel tono della voce, nelle espressioni dei volti che raccontano L’Aquila, la sua rinascita: pezzi di storia e di trascorsi, più o meno vicini nel tempo, che rendono l’esatta misura del tessuto urbano, delle sue radici e del suo futuro. La cultura ne è l’elemento identitario, di bellezza e memoria, di costruzione e rinascita.

I TESTIMONIAL. E così sfilano, tra i maestri d’arte che sostengono la candidatura, il compositore Giorgio Battistelli, il fotografo Gianni Berengo Gardin, lo scrittore Pietrangelo Buttafuoco e il giornalista Bruno Vespa, il linguista Francesco Sabatini e il registra Pierfrancesco Pingitore. E ancora, la scrittrice Dacia Maraini e lo storico Paolo Mieli, la cantautrice Simona Molinari, il musicista Paolo Fresu, il pianista celanese Nazzareno Carusi, il direttore d’orchestra, Leonardo De Amicis, l’attore e sceneggiatore Giorgio Pasotti e la scienziata Marica Branchesi. Interpreti di un approccio alla cultura, che va oltre gli schemi stereotipati, si rende libera e dinamica. Cresce e si evolve. Come L’Aquila distrutta e rifiorita, gemente e insieme viva. La città dei sogni e della cultura.

CITTÀ INDOMABILE. «L’Aquila, con i suoi cantieri, con le sue opere già realizzate, con la sua tradizione di città forte e indomabile», afferma Pier Francesco Pingitore, «rappresenta per tutti noi l’esempio di come l’Italia possa fare appello alle sue forze migliori e ai suoi mille ingegni per risollevarsi e guardare con fiducia al futuro. Per questo nessuna città è più degna dell’Aquila di essere proclamata Capitale italiana della cultura». E così, Giorgio Pasotti, attore, sceneggiatore e dal 2020 direttore artistico del Teatro stabile d’Abruzzo: «L’Aquila è una città che ha vissuto momenti drammatici, prima con il terremoto, poi con il Covid, ma è riuscita in entrambi i casi a riemergere grazie alla forza di volontà dei suoi cittadini. È una città che meglio di altre incarna il simbolo di rinascita e questo», spiega Pasotti, «non può che essere un grande trampolino di lancio per vedere L’Aquila capitale della cultura. Perché è dalla cultura che può e deve riemergere una società».

RIFIORIRE. Uno dei testimonial che porta avanti la candidatura dell’Aquila è il giornalista e conduttore, Bruno Vespa, che all’Aquila deve le sue origini. «Siamo pronti. L’Aquila ha quasi completato la sua rinascita e può candidarsi a Capitale italiana della cultura. Ne ha tutti i titoli», dice Vespa, «credo che gli aquilani siano, tuttora, i cittadini nel mondo che hanno il più alto tasso di consumo di musica classica per abitante, un glorioso Teatro stabile, dei monumenti che fanno del suo centro storico uno dei più grandi e più belli d’Italia. Direi, sommessamente, che il titolo ci spetta». 

SCIENZA ED ECONOMIA. «L’Aquila è una città saldamente legata alle sue radici», la riflessione del maestro Leonardo De Amicis, «che sono la sua storia, l’architettura, la gente e la tradizione. Contiene in sé un valori profondi di cui sono orgoglioso». «L’Aquila è una piccola città immersa nella natura dove si può sognare guardando il cielo», le parole di Marica Branchesi, scienziata del Gssi. «Nonostante il momento di crisi è possibile rinascere, crescere e reagire anche attraverso la cultura», il commento della presidente della Camera di commercio Gran Sasso, Antonella Ballone. (m.p.) 

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IL CENTRO > 13 gennaio 2021 > L'Aquila, pagg.14-15
IL CENTRO > 13 gennaio 2021 > L’Aquila, pagg.14-15

Sindaco leghista assume il regista di sinistra

Fabbri ascolta Sgarbi e dà la direzione del teatro di Ferrara a Ovadia: nemico acerrimo della destra, ma bravo.

E siamo tutti più contenti. Lo saremmo di più se questi criteri venissero applicati sempre. Certo, serve riconoscere che, da questa parte, i papabili si contano sulle dita di una mano, anche di meno: Buttafuoco, Veneziani, Carusi.

LIBERO > 12 dicembre 2020 > Pensiero, pag. 19 > di Francesco Specchia – Considerato il contesto della nostra politica mediamente da lavandaie, c’è qualcosa di felicemente innaturale, c’è un lampo nella notte delle ideologie nella decisione della giunta leghistissima di Ferrara di nominare direttore generale del Teatro Comunale di Ferrara Moni Ovadia.

Ovadia, classe ’46, ebreo sefardita milanese, scrittore, regista, cantante e geniale uomo di palcoscenico, è considerato un’icona rossa della cultura. Rossissima. Ovadia, per capirci è quello che si candidò alle Regionali del 2010 con la Federazione della Sinistra di Agnoletto; quello che appoggiò la disastrosa Rivoluzione Civile di Ingroia e venne eletto in Europa per la lista Tsipras (quando Tsipras era comunista) nel 2014 raccogliendo più di 33mila preferenze, anche se poi lasciò il posto al primo dei non eletti; quello che lasciò la Comunità ebraica di Milano perché troppo filoisraeliana e perché la stessa Comunità era stata troppo blanda verso una battuta sulla Shoah pronunciata da Silvio Berlusconi. 

Ovadia ha sempre guidato la pattuglia coltissima e un po’ snob di una sinistra lombarda che negli anni 60 si sarebbe tranquillamente acquattata nel salotto newyorkese di Leo Bernstein a discettare di diritti civili. L’ha sempre fieramente guidata, quella pattuglia, contro il centrodestra; in particolare contro la Lega considerata “terreno fertile per il fascismo”, e contro Salvini, uno “che spara cazzate”. Alcune volte Ovadia aveva torto, altre ragione, ma non è questo il punto. Ora, se si fosse applicata la gabbia ideologica, il criterio di lottizzazione ermetico il feroce spirito di corpo tipico di tutti i partiti (specie a sinistra), Ovadia non avrebbe potuto mettere mai piede culturale nella Ferrara dominata dal sindaco Alan Fabbri e dall’assessore Marco Gulinelli, staliniani fino al midollo. Invece, ecco che la sua nomina, ora, spiazza la destra e disinnesca qualsiasi polemica da sinistra. Così l’istituzione Comunale dedicata a Claudio Abbado, dietro proposta al Cda del teatro attraverso il presidente Mario Resca e cono l’incondizionato appoggio della Lega, nomina l’ebreo di sinistra Ovadia direttore. Nomina all’unanimità. Di uno bravo, banalmente. Consiglierei di rivedere lo spettacolo più noto di Moni, fatto di musica Klezmer e mottetti ebraici, Oylem Goymel – Il mondo è scemo, in yiddish – per avere un’idea dell’intelligenza scenica dell’uomo. Quindi la sua scelta si interpreta come una genialità di marketing e di buon senso, che travalica preconcetti e pregiudizi; e che mi ha ricordato, al momento, il marxista Jean Paul Sartre e il gollista Raymond Aron uniti contro la guerra in Vietnam; e Umberto Eco e Marcello Dell’Urto nelle accanite frequentazioni da bibliofili; e Silvio Berlusconi quando ingaggiò il “nemico” Michele Santoro (anche se lì l’epilogo non fu dei migliori).

Dietro tutta questa strategia della “competenza oltre l’ideologia” c’è Vittorio Sgarbi, irregolare per eccellenza e presidente della fondazione Ferrara Arte, che ha suggerito la scelta migliore per la città: “Ricorrendo il trentennale della morte di Tadeusz Kantor, ha chiesto a Mani Ovadia (il cui libro Il coniglio di Hitler e il cilindro del demagogo fu, tra l’altro, pubblicato nel 2016 da La nave di Teseo, dalla sorella di Vittorio, Elisabetta Sgarbi, ndr), dopo la mostra dedicata al grande drammaturgo a Palazzo Doebbling di Sutri, di celebrarlo a Ferrara con spettacoli e mostre, nell’ambito di un festival di teatro ebraico e Yiddish”, dice Sgarbi. E una nota ufficiale aggiunge: “La scelta di Ovadia consentirà a un meraviglioso teatro di ritornare al centro della civiltà europea, anche nei suoi rapporti con il mondo ebraico, a Ferrara documentato dal Meis, Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, la cui fondazione fu proposta dallo stesso Sgarbi, quando era sottosegretario ai Beni culturali”. Si tenga conto che Ferrara, città di Bassani, è anche l’origine italiana della Shoah. E Ovadia, dunque, è il cacio sui maccheroni. Ovadia s’è ravveduto sulla Lega becera e razzista ed ha espresso la sua “volontà di portare Ferrara nel mondo e il mondo a Ferrara”. E siamo tutti più contenti. Lo saremmo di più se questi criteri di scelta dei professionisti venissero applicati sempre. Certo, serve riconoscere che, da questa parte della barricata, di papabili alle mansioni di cui sopra se ne contano sulle dita di una mano (anche di meno: mi vengono in mente Pietrangelo Buttafuoco, Marcello Veneziani, Nazzareno Carusi). Ma se davvero si cominciasse a pensare in termini di servizio pubblico, non dovremmo più stupirci del Carroccio che sostiene un pericoloso bolscevico…

Francesco Specchia

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LIBERO Pensiero > 12 dicembre 2020 > Pagina 19
LIBERO Pensiero > 12 dicembre 2020 > Pagina 19

Quell’estate del 1982

PANORAMA > Web > 10 dicembre 2020 – La mia generazione scoprì di essere italiana fra giugno e luglio dell’82. E di esserne orgogliosa. Sentì finalmente di avere una patria, parola bellissima e difficile, abusata, bistrattata o fuori moda a seconda di parti e convenienze.

I Mondiali di quell’anno ci regalarono un’identità comune e, con Pertini che esultava quasi senza freni di fianco al Re di Spagna, uscimmo non solo vittoriosi dal torneo ma rinati, dopo il buio del decennio precedente. Noi ragazzi, educati al modo antico ma all’improvviso tifosi scatenati con gli adulti, avemmo perfino riconosciuto il diritto inaspettato di poter fare come loro; e a me, la prima parolaccia gridata dentro casa e non seguita da uno rimprovero sonoro, mi venne fuori a un erroraccio di Fulvio Collovati.

Paolo Rossi, con l’incertezza che all’inizio sembrava soffrire pure lui e al contrario si risolse in potenza cristallina, di quel successo fu il simbolo indiscusso. Lo incontrai per caso in aeroporto a Mosca, dieci anni dopo. Era lì per lavoro. Mi avvicinai come a uno di famiglia e senza preoccuparmi di disturbare troppo lo ringraziai della gioia che provavo ancora. Chiacchierammo a lungo, prima dell’imbarco di entrambi per Milano. Affabile, forse perfino timido, e con una luce chiara e indimenticabile negli occhi e nel sorriso; la stessa, pensai, che aveva fatto indossare la sua maglia numero 20 a tutta Italia. Ci salutammo stringendoci la mano, forte, tutti e due, come se fossimo ancora lui allo stadio Bernabeu e io a Celano davanti alla tv, rimasta accesa da quella sera come ogni palpito della gioventù.

L’ha spenta all’improvviso, stamattina, la notizia triste della sua morte. Era un modello vecchio e non s’accenderà più. Ma quell’urlo come di liberazione, che moltissimo a Rossi dobbiamo, resterà. « Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo! »

Nazzareno Carusi

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PANORAMA > Web > 10 dicembre 2020
PANORAMA > Web > 10 dicembre 2020

Addio a Cecilia Fusco, una vita da romanzo

PANORAMA > Web > 1° dicembre 2020 – «A Caru’!». Cecilia Fusco mi chiamava così, col romanesco suo che m’abbracciava altero e senza spocchia. Se ne è andata giovedì scorso, una delle voci più belle di soprano, e i ricordi che ho s’affollano, s’azzuffano per arrivare primi. Ci vorrà tempo a riordinarli. Sono tanti e ognuno mi commuove. Però uno, forse, dice più degli altri di lei e di un mondo trapassato: il piccolo mistero dell’età.

Fino a quando ci siamo visti l’ultima volta, diciotto anni fa, per quei casi della vita che sempre troppo tardi arrivi a chiederti perché vanno così, non la sapevo. E non è che a non saperla fossi solo io. Erano praticamente tutti. Festeggiavamo il compleanno a Latisana, nella Bassa Friulana dove viveva, con feste memorabili che organizzava a casa. Però l’anno di nascita restava, appunto, un piccolo mistero e nessuno osava chiederlo, tantomeno a lei che l’aveva letteralmente grattato via dai documenti. Me lo raccontò una volta fra di noi, con quella risata che solo lei rideva e quella chioma rossa, riccia e fulminante, che mai arretrava innanzi a nulla.

Insegnavamo a Trieste. Viaggiavamo in macchina ogni mercoledì e venerdì, e le chiesi una volta di guidare lei. « Se va bene a te…», sgranò gli occhi e serrò il labbro. La guardai stranito e… la Fusco, ferma e dritta, cominciò che qualche tempo prima due carabinieri le avevano chiesto la patente: «Furono problemi. Dovette veni’ Pierpi!» «E perché?» «Perché ho scancellato l’anno!» «L’anno?» «A Caru’, e che faccio vede’ a tutti quanno so’ nata io?!».

Una vita da romanzo.

Solo alla Scala, è stata diretta da Karajan, Scherchen, Votto, Sanzogno e Molinari Pradelli. Vi ha cantato con Kraus e la Sutherland, e il regista era Visconti. Poi in teatro è stata lei, con Eugenia Ratti nel primo cast, la Musetta de “La bohème” di Karajan, Zeffirelli e Mirella Freni nel ruolo di Mimì, che dal ‘63 è ancora “La bohème” per definizione, entrata nella storia delle rappresentazioni d’opera.

Sul podio, in concerto, ebbe perfino Hindemith e Stravinskij.

Per amore fece follie, stupende follie. E l’ultima fu pure la più bella, quando da già sposata conobbe a tavola, s’innamorò, andarono a vivere insieme e poi finalmente potè sposare “Pierpi”, PierPaolo Sovran, che dopo divenne attore e gli anni del quale, invece, tutti sapevano molto più giovani dei suoi e tutti impararono a non meravigliarsene, tanto erano perfetti insieme. Quarant’anni e più d’amore vero.

Gli anni triestini con me al “Tartini”, a cavallo del Duemila, furono gli ultimi dei suoi in Conservatorio, dove era stata chiamata ad insegnare la prima volta a Bari da Nino Rota. Non passò sera, dopo le lezioni, senza fermarci a bere un’ombra di Traminer prima di cena. Chiacchieravamo senza orario. Aveva cantato praticamente con tutti e ovunque, dal Teatro alla Scala al Metropolitan, dal Bolscioi all’Opéra. Io l’ascoltavo e imparavo. Ricordi e ricordi. Me ne faceva parte senza vanità, con quella leggerezza e l’ironia di chi era stata sempre la loro protagonista autentica. Il barone Raffaello de Banfield, “Falello”, che a Trieste e nel mondo musicale intero era una leggenda d’arte, cultura, umanità, animo e pensiero che non ci sono più e più non torneranno, di lei mi disse: «Quanto era bella e che voce aveva! Ma la voce era più bella».

Suo padre era Giovanni Fusco, compositore celebre di musiche da film. Lo venerava non solo per l’amore di una figlia, ma per la propria consapevolezza musicale d’essere stato quegli eccelso. Il vocalizzo di “Deserto Rosso”, capolavoro di Michelangelo Antonioni, lo cantò lei. Era il 1964 e tante sperimentazioni successive, di altri pure grandi artisti, non sono arrivate sempre a quello spasimo e quel graffio.

Cecilia Fusco, “la Fusco”, era nata a Roma il 10 giugno del 1933 e io l’abbraccio qui, insieme col suo Pierpi. Ma tu, a Fu’, mi raccomando: quando arrivi da San Pietro, fai la Fusco pure là.

Nazzareno Carusi

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PANORAMA > Web > 1° dicembre 2020
PANORAMA > Web > 1° dicembre 2020

Berlusconi: Carusi una scelta di valore

IL CENTRO 25 novembre 2020, pag. 23 – CELANO Il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, interviene sulla nomina di Nazzareno Carusi a responsabile regionale Cultura di Forza Italia. «Nazzareno Carusi», esordisce il Cavaliere, «è un grande musicista e ha il pregio raro di una cultura che va al di là della sua arte. Sentii il suo nome la prima volta da Fedele Confalonieri, molti anni fa, per un giudizio entusiastico nei suoi confronti del Washington Post. Poi, quando un infortunio lo ha costretto a lasciare la vita concertistica, lui ha rivolto ogni suo impegno alle istituzioni culturali, oltre che all’insegnamento cui si dedica da trent’anni, e Gianni Letta mi parla spesso dell’autorevolezza che ha acquisito, della passione che dimostra e dell’equilibrio di visione e mediazione che gli viene da tutti riconosciuto. Carusi siede infatti nei consigli di amministrazione del Teatro alla Scala e della Fondazione Orchestra Regionale Toscana ed è il direttore artistico della Società della Musica “Primo Riccitelli” di Teramo, oltre a ricoprire il ruolo di professore ordinario di Musica da Camera al Conservatorio “Antonio Buzzolla” di Adria ed essere incaricato della stessa materia, per chiara fama, dalla Fondazione Accademia Internazionale di Musica “Incontri col Maestro” di Imola». 

E poi ancora Berlusconi: «Non è dunque scontato avere oggi in politica un uomo della sua storia e del suo valore ed è per questo che gli rivolgo il mio ringraziamento e gli auguri più affettuosi di buon lavoro. Nell’emergenza drammatica che viviamo, in cui è il futuro stesso del Paese a chiederci pressantemente le migliori energie di tutti, sono certo che le sue eccezionali qualità potranno recare un contributo fra i più importanti». Non si è fatta attendere la replica di Carusi: «Ricambio gli auguri affettuosi del Presidente Berlusconi e lo ringrazio delle parole bellissime e impegnative che ha voluto rivolgermi. Ringrazio e saluto con amicizia il Senatore Pagano, che la mia nomina ha auspicato. E mentre mi accingo al nuovo impegno col senso più forte del dovere, rivolgo un pensiero di infinita riconoscenza a Gianni Letta per la lezione quotidiana di amore verso le Istituzioni, intese nella garanzia che solo esse danno di tutela del vivere civile». E conclude: «Ha ragione Silvio Berlusconi, quando ripete con il Presidente Mattarella che il futuro del nostro Paese ha oggi bisogno di tutte le sue migliori energie. Nessuno può sentirsi escluso o chiamarsi fuori, perché abbiamo tutti il dovere di una nuova consapevolezza tra i diversi campi ideali; di immaginare una casa comune più bella e più giusta. E nel rispetto di ognuno possiamo riuscirci. Dobbiamo riuscirci».

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Cultura: Marsilio, encomiabile l’impegno della “Primo Riccitelli”

REGFLASH L’Aquila, 23 ottobre 2020 – “L’avvio della stagione dei Concerti della Società della Musica “Primo Riccitelli” di Teramo quest’anno assume un valore particolare perché realizzata in un contesto difficile, dovuto all’emergenza sanitaria. Il direttore artistico della Riccitelli, Nazzareno Carusi, ha fortemente voluto dare un segnale di tranquillità e di speranza nel contempo, offrendo al pubblico uno spettacolo musicale, con l’esibizione della pianista Beatrice Rana, vanto d’Italia nei teatri e nelle sale da concerto di tutto il mondo.

Il mondo dello spettacolo in questi mesi ha sofferto e sta soffrendo in maniera particolare la crisi. La volontà che il Maestro Carusi ha saputo mettere in campo, pur consapevole di avere un pubblico ridotto a causa del distanziamento sociale, rappresenta un segnale di grande forza da trasmettere a tutti i cittadini. Un messaggio ancor più importante perché rappresenta un gesto di così grande amore per la cultura fatto da un abruzzese nei confronti della sua terra”.

Lo ha dichiarato il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, in occasione dell’inaugurazione della 43^ Stagione dei Concerti della Società della Musica e del Teatro “Primo Riccitelli” di Teramo.

(REGFLASH) US201023

REGFLASH > Regione Abruzzo > 23 ottobre 2020
REGFLASH > Regione Abruzzo > 23 ottobre 2020

Sette concerti in due mesi, che bella musica

Cartellone “ridotto” per il Covid ma programma ricco. Sul palco anche Beatrice Rana, Fabrizio Bosso e Sergio Cammariere

LA CITTA’ > 9 ottobre 2020 > Cultura > Pag. 19 – TERAMO La Riccitelli c’è e fa sentire la sua voce forte e chiara, nonostante le mascherine che non sono mancate (com’era giusto che fosse) nemmeno nella conferenza stampa di presentazione della nuova stagione concertistica, che si è tenuta ieri nella nuova sede della Società, in corso Cerulli, a Teramo, con la presidente Alessandra Striglioni ne’ Tori e il direttore artistico Nazzareno Carusi. Presenti anche, fra gli altri, il presidente della Fondazione Tercas Tiziana Di Sante e gli assessori comunali di Teramo Andrea Core (Cultura) e Antonio Filipponi (Eventi). 

Una stagione, quella presentata ieri, inevitabilmente condizionata dal preoccupante rimontare del Covid, e che però, paradossalmente, nel Covid trova un punto di forza: perché con i sette concerti che inizieranno il 24 ottobre e che andranno avanti fino al 18 dicembre, la Riccitelli mostra i muscoli e, sia pure nei limiti di un cartellone necessariamente ridotto (però attenzione: in proporzione gli appuntamenti  sono decisamente numerosi), riafferma la centralità della cultura come motore civile e come collante sociale, per dire “no” e resistere alla prepotenza di un periodo che non può tacitare la musica. A dirlo con chiarezza è stato il direttore artistico Carusi: «Quest’anno abbiamo scelto un motto: La nostra musica. La scelta della prima persona plurale non è stata casuale, perché mai come in questo momento dobbiamo essere uniti e darci forza gli uni con gli altri. E cosa può unirci meglio della cultura e della musica? La Nona di Beethoven a un certo punto esplode come un sole che ci attraversa. La cultura fa la stessa cosa: ci conquista e ci unisce». 

«Sarà una stagione diversa. Il Covid ha modificato le abitudini e il pensiero di tuttinoi – ha dichiarato la presidente della Riccitelli Alessandra Striglioni ne’ Tori – ma non per questo dobbiamo rinunciare a quegli appuntamenti che arricchiscono la nostra comunità e la nostra vita quotidiana. Poter ascoltare un buon concerto, ora più che mai, ha un significato importante non solo per la qualità e il valore degli artisti ospitati ma, più ancora, per il nostro stesso essere comunità e il nostro voler mantenere i riferimenti, soprattutto culturali, che danno un senso a queste giornate così strane, potremmo dire in certo qual modo sospese». 

I nomi degli artisti che siesibiranno a Teramo non hanno bisogno diparticolari presentazioni, vista la fama che li accompagna: la pianista Beatrice Rana (il 24 ottobre alle 18,30 nell’aula magna dell’Università di Teramo); Dalia Dedinskaite (violino), Gleb Pysniak (violoncello) e Tadas Motlecius (fisarmonica) dell’ Ars Lituanica Trio (il 15 novembre alle 18,30 nella sala polifunzionale della Provincia); il violoncellista Alessio Pianelli e il pianista Mario Montore (il 27 novembre alle 18,30 nella sala polifunzionale); i Solisti Aquilani con il violinista Alessandro Milani, il violista e Luca Ranieri (il 5 dicembre alle 21 nel Duomo di Teramo); doppio appuntamento beethoveniano il 9 e il 10 dicembre (entrambi i concerti alle 18,30 nella sala polifunzionale) per il 250esimo anniversario della nascita del genio tedesco, il primo con il pianista Olaf John Laneri (vincitore del Premio Busoni) e il secondo con il Quartetto Adorno, con Edoardo Zosi (violino), Liù Pellicciari (violino), Benedetta Bucci (viola) e Danilo Squitieri (violoncello). Si chiude in bellezza il 18 dicembre (ma c’è ancora da stabilire dove si terrà il concerto) con un duo d’eccezione composto da Fabrizio Bosso (alla tromba) e da Sergio Cammariere (pianoforte e voce).

«Gli artisti invitati sono vari – ha spiegato Nazzareno Carusi – ma sono tutti dei nomi di prima qualità. Abbiamo voluto come ospiti innanzitutto coloro che nella scorsa stagione hanno perso la possibilità di esibirsi con noi per via della chiusura causata dalla pandemia. Il fatto di invitare i musicisti che hanno dovuto rinunciare a suonare nei mesi scorsi per la Riccitelli è a nostro avviso un doveroso gesto di giustizia verso un mondo, qual è appunto quello dell’arte, che è stato particolarmente colpito e penalizzato dalla pandemia e dalle conseguenze che ne sono derivate nel mondo dei concerti e degli spettacoli. Gli appuntamenti non recuperati nella stagione autunnale – ha aggiunto Carusi – saranno comunque presenti nella programmazione del 2021. In generale, come Riccitelli, stiamo proseguendo il cammino tracciato da Maurizio Cocciolito e lo facciamo nel segno di una scoperta continua di una strada che è stata costruita sin dalla prima delle nostre 43 stagioni concertistiche. Ma nel 2021 proporremo anche incontri con personalità della cultura che inviteremo a Teramo per parlare della Bellezza, ciascuno secondo il proprio specifico campo di lavoro: Ferruccio de Bortoli, che è stato direttore del Corriere della Sera, monsignor Federico Gallo, direttore della Biblioteca Ambrosiana, il virologo Roberto Burloni e lo scrittore e giornalista Pietrangelo Buttafuoco». Alla domanda se la presenza dell’intellettuale siciliano sia in qualche modo legata al suo ruolo di presidente del Teatro Stabile d’Abruzzo, Carusi risponde che «non c’è un legame in questo senso; con Buttafuoco c’è invece un legame di profonda stima professionale che ci unisce ed è alla luce di questi aspetti che abbiamo pensato al suo nome». Dopo aver illustrato quella che è la sua prima stagione concertistica con la Riccitelli, Nazzareno Carusi non ha mancato disottolineare il ruolo decisivo delle professionalità in forza alla Società: «Sono autentiche risorse, persone senza le quali non sarebbe stato in alcun modo possibile realizzare il cartellone». 

Simone Gambacorta 

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