IL FOGLIO 20 febbraio 2020 – “La prima riunione del nuovo Consiglio d’amministrazione del Teatro alla Scala sarà a marzo, dopo l’ingresso del nuovo sovrintendente Dominique Meyer, dunque non voglio certo sbilanciarmi adesso. Di sicuro, il prestigio di questa istituzione italiana, la prima al mondo, è tale che potremo solo cercare di valorizzarla ancora di più”, ci dice dal treno che la sta riportando a Roma Maite Carpio Bulgari, regista, imprenditrice e filantropa di origine spagnola che dall’altro ieri è entrata a far parte del consiglio di amministrazione del Teatro alla Scala su indicazione del ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini. Nel nuovo board sostituisce Margherita Zambon, così come l’amministratore delegato di Allianz, Giacomo Campora (“mi sento come al primo giorno di scuola”, ha dichiarato ai cronisti assiepati in attesa, perché il cda della Scala per la città è un evento per molti versi più importante del nuovo governo della regione) prende il posto dello scomparso Giorgio Squinzi, patron di Mapei e past president di Confindustria. Al tavolo dei nuovi amministratori della Fondazione Scala dove, ad eccezione della presidenza che spetta per statuto al sindaco di Milano, per sedersi bisogna assicurare un finanziamento di circa 3 milioni di euro all’anno per tre anni, sono stati riconfermati Giovanni Bazoli per Fondazione Cariplo, il finanziere Francesco Micheli, Claudio Descalzi per Eni, Aldo Poli per la Fondazione Banca del Monte di Lombardia, Alberto Meomartini per Camera di Commercio. Il governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha dato il benservito a Philippe Daverio, indicando al suo posto Nazzareno Carusi, che le cronache definiscono “responsabile musica del dipartimento Cultura di Forza Italia”, quando basterebbe indicarlo come l’ottimo pianista di livello internazionale che è per assicurargli le simpatie di tutti, evitandogli le ironie dei tanti per i quali il cuore della cultura batte solo a sinistra.

E poi, Maite Carpio Bulgari. Avendo seguito negli ultimi anni, da commuter settimanale fra Milano e Roma, quanto questa bella signora, da molti anni moglie di Paolo Bulgari, ha fatto e pubblicato a favore dell’arte e della musica classica, fra cui quella deliziosa produzione televisiva sulla storia dell’opera italiana raccontata da Elio che rivediamo ogni volta con piacere su Rai5, ci aspettiamo che l’accoglienza dei colleghi e dei critici che frequentano la Scala sia meno superficiale di quella che ci è parso di intendere l’altra mattina, nelle coulisse della presentazione del “Turco in Italia” diretto da Roberto Andò e della sua lettura “italocalviniana” dell’opera di Rossini. A ogni buon conto, in queste poche righe che, come avrete intuito, sono un endorsement a favore di Maite Carpio Bulgari, vorremmo riassumervi il suo curriculum, se mai ce ne fosse bisogno. Madrilena, cinquantenne, laureata in Scienze della comunicazione, dottore di ricerca in Filosofia presso Ca’ Foscari; giornalista per El País e Canal Plus nei primi anni della carriera, quindi autrice Rai e regista di oltre dieci fra film e documentari, fra cui “Sorriso amaro”, Nastro d’Argento 2010, e “Steno genio gentile”, Premio Maximo al Roma Fiction Fest del 2009. Con la sua Anthos Produzioni, dal 2017 ha rilevato oltre il 10 per cento di Leone Film, lavorando anche sulla grande fiction. E’ socia di Carlo Feltrinelli e Riccardo Cavallero nella casa editrice Sem; siede o ha fatto parte del Consiglio di amministrazione dell’Accademia di Santa Cecilia, della Galleria Borghese (ricordate il tentativo dell’ex ministro Alberto Bonisoli di azzerarlo, insieme con una lunga serie di altre istituzioni culturali funzionanti? Ecco un altro motivo per sostenere il Conte bis), dell’Ospedale Bambin Gesù ma anche di Cinecittà Istituto Luce, da dove ha appena preso il volo per la presidenza della Biennale di Venezia quel geniaccio della cultura (molto cinema) e del marketing che è Roberto Cicutto. Quindi, ci duole davvero moltissimo specificarlo, ma per parafrasare un’epica battuta di quel sito di satira greve e perfida che è Lercio.it, i milanesi dovrebbero imparare a non sentirsi migliori degli altri almeno per il tempo necessario a mordersi la lingua.

Fabiana Giacomotti

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IL FOGLIO > 20 febbraio 2020 > Gran Milano > Pagina II
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