“Una giostra di duci e paladini”

PANORAMA > Web > 23 febbraio 2021 – Per quattordici anni, dal 1997 al 2011, Alberto Cassani è stato l’assessore alla Cultura di Ravenna. Comunista. Gente seria. Scuola d’un tempo, ammirata pure da chi le dista un miglio come me. La nostra è un’amicizia antica.

Il primo romanzo, l’ha scritto tre anni fa. “L’uomo di Mosca” (Baldini+Castoldi).

L’ideale intenso, coltivato a Gramsci e militanza, non vi faceva solo sfondo, ma traluceva dalla storia tagliando rughe e vaghezie dei protagonisti e proprî.

Come in quest’opera seconda, “Una giostra di duci e paladini” (sempre Baldini+Castoldi), uscita un mese fa e che racconta di un uomo, Victor Costa, intellettuale in gioventù – con tutti i sogni spesso troppi della gioventù, che per meglio guadagnare li ripone nella sacca del fuggiasco dalla vita e si volta, maturo e senza più altezze, al giornalismo dei pettegoli.

Un giorno, per sbaglio, riceve la registrazione compromettentissima di una conversazione del Capo politico più importante del Paese. Rischia così la vita e scompare da Milano a Parigi, poi a Bangkok. Lo cercano i suoi amici di una volta, scoprendo mano mano che con lui cercano se stessi, in corsa coi ricordi e le domande ancora aperte dietro gli anni ormai lontani dell’impegno e formazione, trascorsi attorno all’avventura insieme della “Città del Teatro” e al capo buono del racconto.

Questi è Amleto Coen, vecchio comunista che ai suoi ragazzi, non senza sentire il peso d’esserne il maestro, continua a leggere il mondo come incatenato ai fallimenti d’una generazione intera: la loro, e forse anche la sua. Fallimenti, che sono poi il problema dei cinquantenni d’oggi, di quelli come Cassani e me, tutti più o meno punzonati da un’unica matrice, o comunque più importante delle altre: la difficoltà di continuare a coltivare, o almeno accarezzare, la speranza, virtù che alla storia cammina controverso, ma è l’unica a poterla trasalire. Coen, fedele idealista, ne sente appunto il peso di maestro – ma va pur detto che non è colpa tutta dei maestri se gli allievi non riescono; e così commuove, il suo tenero eroismo.

Nel Capo, invece, del romanzo, con la C maiuscola nel testo, si scorge una sorta di Salvini. Però è lui stesso, oggi, a non volere più tenere i modi che l’hanno reso “il Truce”, nella definizione di Ferrara. E giustamente. La svolta recentissima col Governo Draghi è stata inaspettata, spiazzante, ma decisa; e chi, come me, non gli risparmiò mai critiche negli anni – e però conosce la sua lealtà ammirevole nei moti personali, legge allora le pagine di Cassani, più che a mo’ di un ritratto vero e proprio, come il suggerimento letterario a non voler rassomigliare tra vent’anni al protagonista negativo del racconto. E la coincidenza di questi giorni d’unità politica d’intenti con l’uscita del romanzo, a questa mia lettura, sembra quasi dare ben augurante passo.

Dentro “Una giostra di duci e paladini” ci sono Ravenna e l’Italia degli ultimi decennî. La città e il Paese. Il particolare e il tutto. Il dettaglio e l’insieme. La storia, con gli onori e i disonori della cronaca. I personaggi degli anni nostri e quelli addietro, qualcuno famoso in tutto il mondo. Pessimi duci e nobili paladini. E c’è la luce aurorale di Romagna, che sveglia infine un’appendice inaspettata di romanzo nel romanzo. S’abbraccia alla memoria e resta lì. Permane. Qualità che non molti libri d’oggi hanno. Malinconia d’un tempo creduto di salvezza, e invece era solo d’illusione.

PANORAMA > LifeStyle > Cultura > 23 febbraio 2021

page1image42078720 page1image57280928

LEGGI ANCHE

Il caso Spotlight: il libro che lo ha ispirato – Panorama ›
‘Studio illegale’, dal libro di Duchesne al film con Fabio Volo … › Il libro che svela i segreti di San Patrignano – Panorama ›

TI POTREBBE PIACERE ANCHE

©Riproduzione Riservata

page1image42086784


Fontana dell’Agis: a Draghi chiediamo data per ripartire

« Sì, è vero. È stato Nazzareno Carusi, con la sua autorevolezza e sensibilità d’artista, ad avere propiziato l’incontro con il presidente Draghi. Il suo è stato un gesto prezioso e spontaneo e di questo bisogna dargli grande merito. A nome dell’Agis, a lui va tutta la nostra gratitudine e riconoscenza […] »

CORRIERE DI ROMAGNA | Intervista a Carlo Fontana > 19 febbraio 2021, pag. 30 [di Federico Spadoni] In veste di presidente dell’Agis, assieme al numero uno dell’Anec (Associazione nazionale esercenti cinematografici) Mario Lovini, Carlo Fontana è stato invitato da Mario Draghi alle consultazioni per la formazione del nuovo governo. Per il mondo dello spettacolo, una prima assoluta. Non era mai successo. Una data che si può definire “storica” e la stessa Agis, in un comunicato, ha fatto trapelare che a propiziare l’incontro sia stato Nazzareno Carusi, abruzzese di nascita e ravennate di adozione, tra le altre cose maestro dell’Accademia Internazionale di Musica di Imola.

Presidente Fontana, quali spunti di rilievo ha colto nell’incontro di Montecitorio?
«In primis, sono rimasto particolarmente colpito dall’attenzione e dalla grande disponibilità con cui il presidente Draghi ha ascoltato le nostre ragioni. Lo ha fatto, come nel suo stile, con lo spirito concretamente propositivo di chi vuole risolvere i problemi sul tavolo, a cominciare da quello della riapertura dei luoghi dello spettacolo. Mi ha impressionato, in particolare, una sua frase quando, in apertura del suo intervento, ha detto che la pandemia ha rappresentato per l’Italia un “disastro culturale”. Sono parole forti, che dimostrano la piena consapevolezza delle dimensioni di questa crisi».

Voi avete chiesto, in particolare, il sostegno alla riapertura.
«Per essere più precisi, noi non abbiamo chiesto una riapertura da decidere oggi per domani, ma che se ne fissi una data possibile. Perché non vorremmo che si ripetesse ciò che è accaduto, ad esempio, nei giorni scorsi con gli impianti di sci, che erano pronti per ripartire e, 24 ore prima del via, sono stati bloccati in extremis. È chiaro che ragionare nel medio-lungo periodo è azzardato perché la situazione pandemica è in costante evoluzione ma, quando si parla di teatri e cinema, per questioni anche solo logistiche e promozionali, si deve giocare d’anticipo. Per questo abbiamo chiesto di fissare una data più o meno certa che consenta agli organizzatori di prepararsi nel modo migliore e al pubblico di tornare ad abituarsi a questi interessi. Perché non è affatto scontato che, con la riapertura, si torni da un giorno all’altro ad affollare le sale».

I ristori in questo Paese restano un tema dolente.
«Col presidente Draghi non abbiamo parlato di indennizzi, che è una parola che non piace al nuovo premier, bensì di incentivi. Penso al tax credit, già felicemente applicato all’industria del cinema e dell’audiovisivo e che potrebbe essere esteso con lo stesso successo anche allo spettacolo dal vivo. Dunque, al di là dei contributi del Fondo unico per lo spettacolo, abbiamo chiesto al presidente di ragionare anche su forme indirette di finanziamento che stimolino il rapporto con l’impresa, perché non dobbiamo dimenticare che il mondo dello spettacolo è esso stesso un’impresa produttiva».

Rispetto al governo Conte, lei ravvisa la necessità di un cambio di passo?
«Per la verità, il ministro Franceschini è rimasto al suo posto e dunque già questo prefigura una continuità. Nel governo Conte si è lavorato in particolare attraverso la politica dei ristori che, senza dubbio, hanno rappresentato una misura indispensabile. Ma, ovviamente, non si può vivere solo di indennizzi e oggi, per noi, il tema centrale è la riapertura delle attività. Dunque, abbiamo appunto bisogno di incentivi e, più che un cambio di passo, il mondo dello spettacolo si aspetta un passo in avanti».

Lei è presidente dell’Agis da quasi otto anni. E questo è, senza dubbio, il periodo più complicato della sua esperienza. Quando finalmente la pandemia sarà un ricordo, come sarà il mondo dello spettacolo?
«Mi aspetto uno scenario profondamente cambiato. Ci sarà innanzitutto la necessità di ripensare il prodotto artistico coniugandolo con quelle nuove tecnologie che, in questi mesi, bene o male, ci hanno comunque consentito di non recidere del tutto il cordone ombelicale che ci lega da sempre al nostro pubblico. Penso che bisognerà cambiare anche il modo stesso di produrre gli spettacoli e, poiché in questi momenti bisogna sforzarsi di pensare positivo, mi auguro che, come avviene puntualmente dopo ogni crisi, anche questa volta possano nascere nuove opportunità».

Come l’Agis ha lasciato intendere pubblicamente, la vostra convocazione è stata resa possibile dall’interessamento del maestro Carusi. Un gesto non comune, in questo momento difficile.
«Sì, è vero. È stato Nazzareno Carusi, con la sua autorevolezza e sensibilità d’artista, ad avere propiziato l’incontro con il presidente Draghi. Il suo è stato un gesto prezioso e spontaneo e di questo bisogna dargli grande merito. A nome dell’Agis, a lui va tutta la nostra gratitudine e riconoscenza».

thumbnail of CORRIERE DI ROMAGNA 19 febbraio 2021 pag.30

CORRIERE DI ROMAGNA 19 febbraio 2021 pag.30


L’Abruzzo da Draghi: «Cultura e spettacolo settori da sostenere»

« Il mondo dello spettacolo», spiega Carusi, «rappresenta un incarnato del mondo della cultura. Una partitura se non è suonata non prende forma, un testo teatrale se non è recitato non esiste, così come una coreografia, un copione di un film. Quindi, far tacere il mondo dello spettacolo significa rischiare di dare un colpo mortale alla nostra cultura. Ecco perché lo Stato deve prendersi cura della nostra cultura per poterla traghettare al di là dell’oceano tempestoso e mortale di questa pandemia. Esattamente come hanno fatto nel medioevo i religiosi che nei loro scrittoi e nelle loro biblioteche si sono presi cura, copiandoli a mano, dei grandi testi classici facendo in modo che arrivassero a noi, per evitare che nei secoli bui andassero persi […] »

IL CENTRO > 12 FEBBRAIO 2021 pag. 5 [di Domenico Ranieri] Il mondo della cultura e dello spettacolo trova un posto intorno al tavolo della politica che verrà. Al cospetto del presidente del consiglio incaricato Mario Draghi. E lo fa grazie a un pezzo d’Abruzzo, in prima linea nel sostegno di chi oggi, in Abruzzo e in Italia soffre da un anno per lo stop a un settore intero, dal cinema alla musica, al teatro, all’arte. Il pianista di Celano Nazzareno Carusi, tra le altre cose consigliere di amministrazione del Teatro alla Scala, vice presidente della Fondazione Orchestra regionale Toscana e direttore artistico della Società della musica e del teatro “Primo Riccitelli” di Teramo, ha partecipato alle consultazioni a Montecitorio insieme a Carlo Fontana, presidente dell’Agis (Associazione generale italiana dello spettacolo), e a Mario Lorini, presidente dell’Anec (Associazione nazionale esercenti cinematografici). 

«Ringraziamo il maestro Nazzareno Carusi, che, di sua iniziativa, si è reso interprete dell’esigenza di un confronto con il nostro comparto», ha evidenziato Fontana. L’incontro con Draghi è durato una ventina di minuti, che sono stati un tempo congruo per sottolineare le gravi difficoltà in cui versa il mondo della cultura e dello spettacolo. «Come rappresentanti del mondo dello spettacolo», dichiara Fontana, «abbiamo rivolto un grande ringraziamento al presidente del Consiglio incaricato professor Mario Draghi per l’attenzione che ha dimostrato nei confronti del nostro mondo, che come è noto è stato tra i più colpiti durante la pandemia. Come Agis abbiamo insistito su quelle che sono le urgenze del nostro settore, ed in particolare quella della riapertura dei luoghi di spettacolo. Su questo tema abbiamo chiesto che si possa programmare ed adeguatamente sostenere attraverso azioni di incentivazione e promozione, dal momento che il riavvio sarà molto difficile. Ci aspettiamo quindi di proseguire nel deciso sostegno nei confronti del nostro settore, verso il quale il professor Draghi ha espresso piena disponibilità». 

Nazzareno Carusi esprime parole di soddisfazione dopo l’incontro. «Ho notato l’immediata risposta del presidente del consiglio alla nostra sollecitazione», dichiara, «la sua totale disponibilità all’ascolto di quelli che sono i problemi della cultura e dello spettacolo in questa pandemia. Il presidente ha mostrato una straordinaria presa d’atto e di posizione nei confronti del nostro mondo che mai prima era stato ascoltato. Come sottolineato da più parti questa è stata una data storica». Circa le modalità dell’incontro Carusi ha aggiunto che «il presidente Fontana ha espresso i problemi del settore in maniera magistrale, mentre Draghi ha preso appunti mostrando grande attenzione». 

«Dopo l’ottimo intervento di Lorini», spiega, «ho chiosato con un riferimento onirico per il fatto che il mondo dello spettacolo rappresenta un incarnato del mondo della cultura. Una partitura se non è suonata non prende forma, un testo teatrale se non è recitato non esiste, così come una coreografia, un copione di un film. Quindi, far tacere il mondo dello spettacolo significa rischiare di dare un colpo mortale alla nostra cultura. Ecco perché lo Stato deve prendersi cura della nostra cultura per poterla traghettare al di là dell’oceano tempestoso e mortale di questa pandemia. Esattamente come hanno fatto nel medioevo i religiosi che nei loro scrittoi e nelle loro biblioteche si sono presi cura, copiandoli a mano, dei grandi testi classici facendo in modo che arrivassero a noi, per evitare che nei secoli bui andassero persi». Non è mancato un riferimento all’aspetto psicologico della riapertura. «Non sarà di facile soluzione», ha concluso Carusi, «perché c’è una componente psicologica dietro l’apertura di un momento così difficile. A New York il primo sold out al Metropolitan dopo l’attentato alle Torri gemelle arrivò 10 anni dopo. Draghi ha parlato di disastro culturale a causa della pandemia ed è evidente che un’apertura così chiara, attenta e sincera al mondo dello spettacolo rappresenta un momento storico». 

Nel giugno dell’anno scorso anche l’attore marsicano Lino Guanciale aveva lanciato attraverso il Centro un appello per chiedere di sostenere il comparto cultura e spettacolo. 

©RIPRODUZIONE RISERVATA

thumbnail of IL CENTRO 12 febbraio 2021 pag.


Dieci finaliste » La corsa al titolo. Capitale della cultura 2022. L’Aquila tra storia e futuro

Nazzareno Carusi:
«Il giusto riconoscimento di una lunga storia di grandezza»

Paolo Fresu:
«Una città che sa raccontare il bello nonostante quello che è successo qui» 

Paolo Mieli:
«L’Aquila, da sola, s’è rialzata: io sono orgoglioso di darle il mio contributo»

Simona Molinari:
«Una candidatura importante per tutto l’Abruzzo, per i suoi talenti»

Giorgio Pasotti:
«È una città che meglio di altre incarna il simbolo di rinascita»

Bruno Vespa:
«L’Aquila ha cultura e un centro storico tra i più belli d’Italia, il titolo ci spetta»

Ecco perché la giuria deve puntare sul capoluogo. Biondi: «Qui siamo pronti» 

IL CENTRO > L’Aquila, 13 Gennaio 2021 [di Monica Pelliccione] Una città rinata dalle macerie. Una città tenace, intrisa di cultura in ogni scorcio, idealmente effervescente, mai spenta, mai sopita. L’Aquila coniuga storia e architettura, saperi e ricerca, formazione e innovazione. Un elemento nodale di un territorio vibrante, perennemente in trasformazione, interprete di bellezza e memoria, in costante evoluzione. Con la sua veste unica e l’ambizione di scoprirsi al mondo, si presenta all’appuntamento con la proclamazione della Capitale italiana della cultura 2022. “La cultura lascia il segno”, recita il claim di candidatura. A poco meno di una settimana dal verdetto, che si conoscerà lunedì 18 gennaio, la comunità aquilana si ritrova a marcare i tratti identitari, nelle varie forme artistiche, in un percorso che è opportunità e vetrina, riscatto e futuro. Dieci le città finaliste che si contendono il titolo. 

IL DOSSIER Conta di strappare il titolo, la città della Perdonanza e di Collemaggio, delle 99 Cannelle, del Gran Sasso. Con quella tempra tenace che taluni declinano nell’abusata “resilienza”, più facilmente identificabile con il cuore. Ci hanno buttato il cuore, gli aquilani. Si legge a chiari toni nel dossier curato dal professor Pierluigi Sacco, docente di Economia della cultura all’Università IULM di Milano dove il racconto di una storia, più o meno semplice, si intreccia con la prospettiva di un modello di «ricostruzione plausibile e possibile per l’azione». «Nel progetto di candidatura dell’Aquila la cultura è proprio il materiale connettivo capace di cicatrizzare, raccontare, evidenziare, restituire senso e dignità al vissuto traumatico, che non viene rimosso ma al contrario diventa il fondamento di una nuova vita dell’ambiente costruito e, metaforicamente, della comunità, con una sua potente valenza estetica che suscita emozione, passione, desiderio di condivisione, visionarietà innovativa», è scritto nel dossier. La conoscenza come consapevolezza. Ma anche cultura come dimensione e paradigma per re-immaginare il territorio. «L’Aquila può diventare una knowledge city del nuovo millennio che», recita il dossier, «senza imitare meccanicamente modelli stranieri di successo ma perseguendo invece una propria via allo sviluppo centrata sul rapporto tra conoscenza ed eccellenza scientifica e culturale, qualità ambientale e resilienza sociale». 

POSTA IN PALIO La città vincitrice, che manterrà il titolo per un anno, riceverà 1 milione di euro. Ma nella sfida con Ancona, Bari, Cerveteri (Roma), Pieve di Soligo (Treviso), Procida (Napoli), Taranto, Trapani, Verbania (Verbano-Cusio-Ossola) e Volterra (Pisa), L’Aquila si gioca molto di più: l’opportunità di dimostrare come la cultura racconti la storia di un territorio, la sua potenza emotiva ed etica. L’Aquila, per rendere possibile il suo Rinascimento, si è calata in un’alterità feconda, in un’avventura culturale dalle mille sfaccettature, dove il sapere è fabbricatore di crescita, la tecnologia e gli sconfinati spazi delle reti informatiche sono generatori di modernità e la memoria è uno strumento di fiducia nel domani. 

«SIAMO PRONTI» «L’Aquila è pronta, è nei fatti capitale della cultura», le parole del sindaco Pierluigi Biondi, «per la sua storia, per l’innegabile capacità di recuperare se stessa e oltre attraverso un percorso di ricostruzione fisica e sociale, dove l’elemento cultura è stato determinante per coesione e benessere. In questi mesi, sospesi a causa della pandemia, non abbiamo mollato. Abbiamo affrontato il quotidiano e continuato a dare respiro alla nostra vocazione perché crediamo che il dopo non possa essere trascurato, è il luogo in cui ci ritroveremo alla fine della crisi e non può essere lasciato in attesa di tempi migliori, ma progettato con cura e dovizia. Per il nostro territorio, perché è la candidatura di un territorio», aggiunge Biondi, «questo percorso è un’occasione, scalabile sulle aree interne italiane, esempio italiano, esempio per ogni individuo che delle sue ferite ha fatto elemento di unicità esperienziale. L’Aquila è pronta per mostrarsi come irripetibile esempio che nasce dalla Carta dell’Aquila e dai pilastri del rilancio delle città medie: innovazione, formazione, turismo e cultura». 

Il VIDEO Sponsor di caratura internazionale, personaggi che animano la vita sociale, economica e culturale del territorio. E, adesso, anche un video, realizzato dal Comune, che racconta «attraverso volti e voci il percorso verso la ricostruzione e la candidatura, esprimendo compiutamente le ragioni dell’affidabilità storica, culturale, scientifica e in termini di sicurezza». Il valore storico e culturale dell’Aquila emerge in ogni suo passaggio, in particolare nella parte conclusiva dove la basilica di Santa Maria di Collemaggio, luogo da dove, alla fine di agosto del 1294, Papa Celestino V ha emanato la Bolla della Perdonanza, primo Giubileo della storia e oggi patrimonio immateriale culturale dell’umanità Unesco. 

Quei testimonial in video che sanno emozionare 

Registi, attori, atleti e giornalisti: tanti messaggi accompagnano la candidatura La scienziata Branchesi: «Immersi nella natura, si sogna guardando il cielo» 

Nomi e volti di caratura internazionale. Registi, attori, firme del giornalismo italiano, atleti paraolimpici, maestri d’orchestra. 

C’è tanto cuore dentro i messaggi-video che accompagnano il percorso della candidatura dell’Aquila a Capitale italiana della cultura 2022. C’è l’emozione che vibra nel tono della voce, nelle espressioni dei volti che raccontano L’Aquila, la sua rinascita: pezzi di storia e di trascorsi, più o meno vicini nel tempo, che rendono l’esatta misura del tessuto urbano, delle sue radici e del suo futuro. La cultura ne è l’elemento identitario, di bellezza e memoria, di costruzione e rinascita.

I TESTIMONIAL. E così sfilano, tra i maestri d’arte che sostengono la candidatura, il compositore Giorgio Battistelli, il fotografo Gianni Berengo Gardin, lo scrittore Pietrangelo Buttafuoco e il giornalista Bruno Vespa, il linguista Francesco Sabatini e il registra Pierfrancesco Pingitore. E ancora, la scrittrice Dacia Maraini e lo storico Paolo Mieli, la cantautrice Simona Molinari, il musicista Paolo Fresu, il pianista celanese Nazzareno Carusi, il direttore d’orchestra, Leonardo De Amicis, l’attore e sceneggiatore Giorgio Pasotti e la scienziata Marica Branchesi. Interpreti di un approccio alla cultura, che va oltre gli schemi stereotipati, si rende libera e dinamica. Cresce e si evolve. Come L’Aquila distrutta e rifiorita, gemente e insieme viva. La città dei sogni e della cultura.

CITTÀ INDOMABILE. «L’Aquila, con i suoi cantieri, con le sue opere già realizzate, con la sua tradizione di città forte e indomabile», afferma Pier Francesco Pingitore, «rappresenta per tutti noi l’esempio di come l’Italia possa fare appello alle sue forze migliori e ai suoi mille ingegni per risollevarsi e guardare con fiducia al futuro. Per questo nessuna città è più degna dell’Aquila di essere proclamata Capitale italiana della cultura». E così, Giorgio Pasotti, attore, sceneggiatore e dal 2020 direttore artistico del Teatro stabile d’Abruzzo: «L’Aquila è una città che ha vissuto momenti drammatici, prima con il terremoto, poi con il Covid, ma è riuscita in entrambi i casi a riemergere grazie alla forza di volontà dei suoi cittadini. È una città che meglio di altre incarna il simbolo di rinascita e questo», spiega Pasotti, «non può che essere un grande trampolino di lancio per vedere L’Aquila capitale della cultura. Perché è dalla cultura che può e deve riemergere una società».

RIFIORIRE. Uno dei testimonial che porta avanti la candidatura dell’Aquila è il giornalista e conduttore, Bruno Vespa, che all’Aquila deve le sue origini. «Siamo pronti. L’Aquila ha quasi completato la sua rinascita e può candidarsi a Capitale italiana della cultura. Ne ha tutti i titoli», dice Vespa, «credo che gli aquilani siano, tuttora, i cittadini nel mondo che hanno il più alto tasso di consumo di musica classica per abitante, un glorioso Teatro stabile, dei monumenti che fanno del suo centro storico uno dei più grandi e più belli d’Italia. Direi, sommessamente, che il titolo ci spetta». 

SCIENZA ED ECONOMIA. «L’Aquila è una città saldamente legata alle sue radici», la riflessione del maestro Leonardo De Amicis, «che sono la sua storia, l’architettura, la gente e la tradizione. Contiene in sé un valori profondi di cui sono orgoglioso». «L’Aquila è una piccola città immersa nella natura dove si può sognare guardando il cielo», le parole di Marica Branchesi, scienziata del Gssi. «Nonostante il momento di crisi è possibile rinascere, crescere e reagire anche attraverso la cultura», il commento della presidente della Camera di commercio Gran Sasso, Antonella Ballone. (m.p.) 

© RIPRODUZIONE RISERVATA 

IL CENTRO > 13 gennaio 2021 > L'Aquila, pagg.14-15
IL CENTRO > 13 gennaio 2021 > L’Aquila, pagg.14-15

Sindaco leghista assume il regista di sinistra

Fabbri ascolta Sgarbi e dà la direzione del teatro di Ferrara a Ovadia: nemico acerrimo della destra, ma bravo.

E siamo tutti più contenti. Lo saremmo di più se questi criteri venissero applicati sempre. Certo, serve riconoscere che, da questa parte, i papabili si contano sulle dita di una mano, anche di meno: Buttafuoco, Veneziani, Carusi.

LIBERO > 12 dicembre 2020 > Pensiero, pag. 19 > di Francesco Specchia – Considerato il contesto della nostra politica mediamente da lavandaie, c’è qualcosa di felicemente innaturale, c’è un lampo nella notte delle ideologie nella decisione della giunta leghistissima di Ferrara di nominare direttore generale del Teatro Comunale di Ferrara Moni Ovadia.

Ovadia, classe ’46, ebreo sefardita milanese, scrittore, regista, cantante e geniale uomo di palcoscenico, è considerato un’icona rossa della cultura. Rossissima. Ovadia, per capirci è quello che si candidò alle Regionali del 2010 con la Federazione della Sinistra di Agnoletto; quello che appoggiò la disastrosa Rivoluzione Civile di Ingroia e venne eletto in Europa per la lista Tsipras (quando Tsipras era comunista) nel 2014 raccogliendo più di 33mila preferenze, anche se poi lasciò il posto al primo dei non eletti; quello che lasciò la Comunità ebraica di Milano perché troppo filoisraeliana e perché la stessa Comunità era stata troppo blanda verso una battuta sulla Shoah pronunciata da Silvio Berlusconi. 

Ovadia ha sempre guidato la pattuglia coltissima e un po’ snob di una sinistra lombarda che negli anni 60 si sarebbe tranquillamente acquattata nel salotto newyorkese di Leo Bernstein a discettare di diritti civili. L’ha sempre fieramente guidata, quella pattuglia, contro il centrodestra; in particolare contro la Lega considerata “terreno fertile per il fascismo”, e contro Salvini, uno “che spara cazzate”. Alcune volte Ovadia aveva torto, altre ragione, ma non è questo il punto. Ora, se si fosse applicata la gabbia ideologica, il criterio di lottizzazione ermetico il feroce spirito di corpo tipico di tutti i partiti (specie a sinistra), Ovadia non avrebbe potuto mettere mai piede culturale nella Ferrara dominata dal sindaco Alan Fabbri e dall’assessore Marco Gulinelli, staliniani fino al midollo. Invece, ecco che la sua nomina, ora, spiazza la destra e disinnesca qualsiasi polemica da sinistra. Così l’istituzione Comunale dedicata a Claudio Abbado, dietro proposta al Cda del teatro attraverso il presidente Mario Resca e cono l’incondizionato appoggio della Lega, nomina l’ebreo di sinistra Ovadia direttore. Nomina all’unanimità. Di uno bravo, banalmente. Consiglierei di rivedere lo spettacolo più noto di Moni, fatto di musica Klezmer e mottetti ebraici, Oylem Goymel – Il mondo è scemo, in yiddish – per avere un’idea dell’intelligenza scenica dell’uomo. Quindi la sua scelta si interpreta come una genialità di marketing e di buon senso, che travalica preconcetti e pregiudizi; e che mi ha ricordato, al momento, il marxista Jean Paul Sartre e il gollista Raymond Aron uniti contro la guerra in Vietnam; e Umberto Eco e Marcello Dell’Urto nelle accanite frequentazioni da bibliofili; e Silvio Berlusconi quando ingaggiò il “nemico” Michele Santoro (anche se lì l’epilogo non fu dei migliori).

Dietro tutta questa strategia della “competenza oltre l’ideologia” c’è Vittorio Sgarbi, irregolare per eccellenza e presidente della fondazione Ferrara Arte, che ha suggerito la scelta migliore per la città: “Ricorrendo il trentennale della morte di Tadeusz Kantor, ha chiesto a Mani Ovadia (il cui libro Il coniglio di Hitler e il cilindro del demagogo fu, tra l’altro, pubblicato nel 2016 da La nave di Teseo, dalla sorella di Vittorio, Elisabetta Sgarbi, ndr), dopo la mostra dedicata al grande drammaturgo a Palazzo Doebbling di Sutri, di celebrarlo a Ferrara con spettacoli e mostre, nell’ambito di un festival di teatro ebraico e Yiddish”, dice Sgarbi. E una nota ufficiale aggiunge: “La scelta di Ovadia consentirà a un meraviglioso teatro di ritornare al centro della civiltà europea, anche nei suoi rapporti con il mondo ebraico, a Ferrara documentato dal Meis, Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, la cui fondazione fu proposta dallo stesso Sgarbi, quando era sottosegretario ai Beni culturali”. Si tenga conto che Ferrara, città di Bassani, è anche l’origine italiana della Shoah. E Ovadia, dunque, è il cacio sui maccheroni. Ovadia s’è ravveduto sulla Lega becera e razzista ed ha espresso la sua “volontà di portare Ferrara nel mondo e il mondo a Ferrara”. E siamo tutti più contenti. Lo saremmo di più se questi criteri di scelta dei professionisti venissero applicati sempre. Certo, serve riconoscere che, da questa parte della barricata, di papabili alle mansioni di cui sopra se ne contano sulle dita di una mano (anche di meno: mi vengono in mente Pietrangelo Buttafuoco, Marcello Veneziani, Nazzareno Carusi). Ma se davvero si cominciasse a pensare in termini di servizio pubblico, non dovremmo più stupirci del Carroccio che sostiene un pericoloso bolscevico…

Francesco Specchia

© RIPRODUZIONE RISERVATA

LIBERO Pensiero > 12 dicembre 2020 > Pagina 19
LIBERO Pensiero > 12 dicembre 2020 > Pagina 19

Quell’estate del 1982

PANORAMA > Web > 10 dicembre 2020 – La mia generazione scoprì di essere italiana fra giugno e luglio dell’82. E di esserne orgogliosa. Sentì finalmente di avere una patria, parola bellissima e difficile, abusata, bistrattata o fuori moda a seconda di parti e convenienze.

I Mondiali di quell’anno ci regalarono un’identità comune e, con Pertini che esultava quasi senza freni di fianco al Re di Spagna, uscimmo non solo vittoriosi dal torneo ma rinati, dopo il buio del decennio precedente. Noi ragazzi, educati al modo antico ma all’improvviso tifosi scatenati con gli adulti, avemmo perfino riconosciuto il diritto inaspettato di poter fare come loro; e a me, la prima parolaccia gridata dentro casa e non seguita da uno rimprovero sonoro, mi venne fuori a un erroraccio di Fulvio Collovati.

Paolo Rossi, con l’incertezza che all’inizio sembrava soffrire pure lui e al contrario si risolse in potenza cristallina, di quel successo fu il simbolo indiscusso. Lo incontrai per caso in aeroporto a Mosca, dieci anni dopo. Era lì per lavoro. Mi avvicinai come a uno di famiglia e senza preoccuparmi di disturbare troppo lo ringraziai della gioia che provavo ancora. Chiacchierammo a lungo, prima dell’imbarco di entrambi per Milano. Affabile, forse perfino timido, e con una luce chiara e indimenticabile negli occhi e nel sorriso; la stessa, pensai, che aveva fatto indossare la sua maglia numero 20 a tutta Italia. Ci salutammo stringendoci la mano, forte, tutti e due, come se fossimo ancora lui allo stadio Bernabeu e io a Celano davanti alla tv, rimasta accesa da quella sera come ogni palpito della gioventù.

L’ha spenta all’improvviso, stamattina, la notizia triste della sua morte. Era un modello vecchio e non s’accenderà più. Ma quell’urlo come di liberazione, che moltissimo a Rossi dobbiamo, resterà. « Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo! »

Nazzareno Carusi

© RIPRODUZIONE RISERVATA

PANORAMA > Web > 10 dicembre 2020
PANORAMA > Web > 10 dicembre 2020

Addio a Cecilia Fusco, una vita da romanzo

PANORAMA > Web > 1° dicembre 2020 – «A Caru’!». Cecilia Fusco mi chiamava così, col romanesco suo che m’abbracciava altero e senza spocchia. Se ne è andata giovedì scorso, una delle voci più belle di soprano, e i ricordi che ho s’affollano, s’azzuffano per arrivare primi. Ci vorrà tempo a riordinarli. Sono tanti e ognuno mi commuove. Però uno, forse, dice più degli altri di lei e di un mondo trapassato: il piccolo mistero dell’età.

Fino a quando ci siamo visti l’ultima volta, diciotto anni fa, per quei casi della vita che sempre troppo tardi arrivi a chiederti perché vanno così, non la sapevo. E non è che a non saperla fossi solo io. Erano praticamente tutti. Festeggiavamo il compleanno a Latisana, nella Bassa Friulana dove viveva, con feste memorabili che organizzava a casa. Però l’anno di nascita restava, appunto, un piccolo mistero e nessuno osava chiederlo, tantomeno a lei che l’aveva letteralmente grattato via dai documenti. Me lo raccontò una volta fra di noi, con quella risata che solo lei rideva e quella chioma rossa, riccia e fulminante, che mai arretrava innanzi a nulla.

Insegnavamo a Trieste. Viaggiavamo in macchina ogni mercoledì e venerdì, e le chiesi una volta di guidare lei. « Se va bene a te…», sgranò gli occhi e serrò il labbro. La guardai stranito e… la Fusco, ferma e dritta, cominciò che qualche tempo prima due carabinieri le avevano chiesto la patente: «Furono problemi. Dovette veni’ Pierpi!» «E perché?» «Perché ho scancellato l’anno!» «L’anno?» «A Caru’, e che faccio vede’ a tutti quanno so’ nata io?!».

Una vita da romanzo.

Solo alla Scala, è stata diretta da Karajan, Scherchen, Votto, Sanzogno e Molinari Pradelli. Vi ha cantato con Kraus e la Sutherland, e il regista era Visconti. Poi in teatro è stata lei, con Eugenia Ratti nel primo cast, la Musetta de “La bohème” di Karajan, Zeffirelli e Mirella Freni nel ruolo di Mimì, che dal ‘63 è ancora “La bohème” per definizione, entrata nella storia delle rappresentazioni d’opera.

Sul podio, in concerto, ebbe perfino Hindemith e Stravinskij.

Per amore fece follie, stupende follie. E l’ultima fu pure la più bella, quando da già sposata conobbe a tavola, s’innamorò, andarono a vivere insieme e poi finalmente potè sposare “Pierpi”, PierPaolo Sovran, che dopo divenne attore e gli anni del quale, invece, tutti sapevano molto più giovani dei suoi e tutti impararono a non meravigliarsene, tanto erano perfetti insieme. Quarant’anni e più d’amore vero.

Gli anni triestini con me al “Tartini”, a cavallo del Duemila, furono gli ultimi dei suoi in Conservatorio, dove era stata chiamata ad insegnare la prima volta a Bari da Nino Rota. Non passò sera, dopo le lezioni, senza fermarci a bere un’ombra di Traminer prima di cena. Chiacchieravamo senza orario. Aveva cantato praticamente con tutti e ovunque, dal Teatro alla Scala al Metropolitan, dal Bolscioi all’Opéra. Io l’ascoltavo e imparavo. Ricordi e ricordi. Me ne faceva parte senza vanità, con quella leggerezza e l’ironia di chi era stata sempre la loro protagonista autentica. Il barone Raffaello de Banfield, “Falello”, che a Trieste e nel mondo musicale intero era una leggenda d’arte, cultura, umanità, animo e pensiero che non ci sono più e più non torneranno, di lei mi disse: «Quanto era bella e che voce aveva! Ma la voce era più bella».

Suo padre era Giovanni Fusco, compositore celebre di musiche da film. Lo venerava non solo per l’amore di una figlia, ma per la propria consapevolezza musicale d’essere stato quegli eccelso. Il vocalizzo di “Deserto Rosso”, capolavoro di Michelangelo Antonioni, lo cantò lei. Era il 1964 e tante sperimentazioni successive, di altri pure grandi artisti, non sono arrivate sempre a quello spasimo e quel graffio.

Cecilia Fusco, “la Fusco”, era nata a Roma il 10 giugno del 1933 e io l’abbraccio qui, insieme col suo Pierpi. Ma tu, a Fu’, mi raccomando: quando arrivi da San Pietro, fai la Fusco pure là.

Nazzareno Carusi

© RIPRODUZIONE RISERVATA 

PANORAMA > Web > 1° dicembre 2020
PANORAMA > Web > 1° dicembre 2020

Berlusconi: Carusi una scelta di valore

IL CENTRO 25 novembre 2020, pag. 23 – CELANO Il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, interviene sulla nomina di Nazzareno Carusi a responsabile regionale Cultura di Forza Italia. «Nazzareno Carusi», esordisce il Cavaliere, «è un grande musicista e ha il pregio raro di una cultura che va al di là della sua arte. Sentii il suo nome la prima volta da Fedele Confalonieri, molti anni fa, per un giudizio entusiastico nei suoi confronti del Washington Post. Poi, quando un infortunio lo ha costretto a lasciare la vita concertistica, lui ha rivolto ogni suo impegno alle istituzioni culturali, oltre che all’insegnamento cui si dedica da trent’anni, e Gianni Letta mi parla spesso dell’autorevolezza che ha acquisito, della passione che dimostra e dell’equilibrio di visione e mediazione che gli viene da tutti riconosciuto. Carusi siede infatti nei consigli di amministrazione del Teatro alla Scala e della Fondazione Orchestra Regionale Toscana ed è il direttore artistico della Società della Musica “Primo Riccitelli” di Teramo, oltre a ricoprire il ruolo di professore ordinario di Musica da Camera al Conservatorio “Antonio Buzzolla” di Adria ed essere incaricato della stessa materia, per chiara fama, dalla Fondazione Accademia Internazionale di Musica “Incontri col Maestro” di Imola». 

E poi ancora Berlusconi: «Non è dunque scontato avere oggi in politica un uomo della sua storia e del suo valore ed è per questo che gli rivolgo il mio ringraziamento e gli auguri più affettuosi di buon lavoro. Nell’emergenza drammatica che viviamo, in cui è il futuro stesso del Paese a chiederci pressantemente le migliori energie di tutti, sono certo che le sue eccezionali qualità potranno recare un contributo fra i più importanti». Non si è fatta attendere la replica di Carusi: «Ricambio gli auguri affettuosi del Presidente Berlusconi e lo ringrazio delle parole bellissime e impegnative che ha voluto rivolgermi. Ringrazio e saluto con amicizia il Senatore Pagano, che la mia nomina ha auspicato. E mentre mi accingo al nuovo impegno col senso più forte del dovere, rivolgo un pensiero di infinita riconoscenza a Gianni Letta per la lezione quotidiana di amore verso le Istituzioni, intese nella garanzia che solo esse danno di tutela del vivere civile». E conclude: «Ha ragione Silvio Berlusconi, quando ripete con il Presidente Mattarella che il futuro del nostro Paese ha oggi bisogno di tutte le sue migliori energie. Nessuno può sentirsi escluso o chiamarsi fuori, perché abbiamo tutti il dovere di una nuova consapevolezza tra i diversi campi ideali; di immaginare una casa comune più bella e più giusta. E nel rispetto di ognuno possiamo riuscirci. Dobbiamo riuscirci».

© Riproduzione Riservata