PANORAMA > Web > 10 dicembre 2020 – La mia generazione scoprì di essere italiana fra giugno e luglio dell’82. E di esserne orgogliosa. Sentì finalmente di avere una patria, parola bellissima e difficile, abusata, bistrattata o fuori moda a seconda di parti e convenienze.

I Mondiali di quell’anno ci regalarono un’identità comune e, con Pertini che esultava quasi senza freni di fianco al Re di Spagna, uscimmo non solo vittoriosi dal torneo ma rinati, dopo il buio del decennio precedente. Noi ragazzi, educati al modo antico ma all’improvviso tifosi scatenati con gli adulti, avemmo perfino riconosciuto il diritto inaspettato di poter fare come loro; e a me, la prima parolaccia gridata dentro casa e non seguita da uno rimprovero sonoro, mi venne fuori a un erroraccio di Fulvio Collovati.

Paolo Rossi, con l’incertezza che all’inizio sembrava soffrire pure lui e al contrario si risolse in potenza cristallina, di quel successo fu il simbolo indiscusso. Lo incontrai per caso in aeroporto a Mosca, dieci anni dopo. Era lì per lavoro. Mi avvicinai come a uno di famiglia e senza preoccuparmi di disturbare troppo lo ringraziai della gioia che provavo ancora. Chiacchierammo a lungo, prima dell’imbarco di entrambi per Milano. Affabile, forse perfino timido, e con una luce chiara e indimenticabile negli occhi e nel sorriso; la stessa, pensai, che aveva fatto indossare la sua maglia numero 20 a tutta Italia. Ci salutammo stringendoci la mano, forte, tutti e due, come se fossimo ancora lui allo stadio Bernabeu e io a Celano davanti alla tv, rimasta accesa da quella sera come ogni palpito della gioventù.

L’ha spenta all’improvviso, stamattina, la notizia triste della sua morte. Era un modello vecchio e non s’accenderà più. Ma quell’urlo come di liberazione, che moltissimo a Rossi dobbiamo, resterà. « Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo! »

Nazzareno Carusi

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