La Tosca brilla ancora, la politica è spenta
Il genio musicale vive sempre, il problema dello studio della musica, della cultura, della nostra scuola, si chiama politica. Un viaggio del maestro Nazzareno Carusi dal canto della Scala alle stonature del Parlamento che riforma ciò che non conosce
[di Nazzareno Carusi]

Caro Titolare,

è passata una settimana da Sant’Ambrogio e i clamori della Tosca che ha aperto la stagione della Scala sono per lo più sfumati. Lì invece, e giustamente, tutti a dirne un capolavoro, di Puccini un genio, il cast stellare, l’orchestra, il coro, la regia, la scenografia, i costumi e le luci pure, e il direttore non ne parliamo. E la Scala è “la Scala” e la Rai è “la Rai”. Cioè, tutto sommato, l’ordine naturale delle cose se si parla dell’Italia e della sua cultura. E un ordine naturale delle cose, che ha avuto tre milioni di persone sedute alla tv come era già successo, se non ricordo male in misura anche maggiore, coi documentari degli Angela padre e figlio sempre per la Rai.

A pensarlo “politicamente”, altro che piazze piene di decine o fosse pure centinaia di migliaia di verdi, rossi, azzurri, gialli, variopinti e in saor. Se solo i politici che abbiamo lo capissero, ma anche se solo semplicemente lo sapessero, perché il capire ha bisogno d’una testa che di solito non hanno, pur di sperare d’aumentare i voti alle prossime elezioni proverebbero perfino l’ammissione in massa alle Belle Arti o in Conservatorio, e i più non riuscirebbero neanche in questo.

Se il successo della Tosca è stato enorme; e se il ben di Dio che la Scala può regalare al mondo è nell’ordine naturale delle cose per noi italiani e per la nostra storia; e se il senso mediatico d’un evento simile è forse perfino giusto che preceda, con le mille implicazioni istituzionali e di rappresentanza che ha con sé, quel che è il suo interesse e il suo valore primo di specifica cultura musicale; se proprio per tutte queste sovrastrutture altre, rispetto all’esclusivo discorso musicale, un esercizio critico profondo può considerarsi tale solo almeno dalla seconda rappresentazione in poi; insomma, se tutto questo è, allora è pure lecito chiedersi di cosa dovrebbe raccontare un pezzo di giornalismo culturale a caldo sulla prima della Scala. E in tal senso, caro titolare, uno dei migliori mi è parso proprio quello di Marco Patricelli per il tuo List.

Da storico qual è, Patricelli non si è perso nel mare d’ovvietà ovunque sospinte e si è posto una questione generale sulla quale l’espressione d’un giudizio potesse non essere condizionata, in bene o in male, dall’alta tensione sovrastrutturale di quella sera. Cosa resta, si è chiesto tralasciando i singoli dettagli della messinscena, dopo un clangore tanto acceso, tanto successo e tanta musica? E ha risposto: “L’arte espressa da direttore, orchestra, interpreti, regista, macchinisti e addetti alle luci; ma, finiti i gorgheggi, spenti i riflettori, chetati i tromboni, anche un senso di vuoto […]”.

Un pugno secco. Ma forse non definitivo.

Certo, il fatto che l’Italia sia il paese che l’opera musicale ha dato al mondo, insieme a buona parte dell’arte in generale, e la constatazione che in fin dei conti pure il successo enorme d’ascolti possa considerarsi naturale per chi abbia da mostrare al mondo quel che abbiamo da mostrare noi, aggravano quasi fino alla morte la mancanza di rispetto, di studio e di amore, da parte di chi in Italia sta, per quella stessa musica e quella stessa arte. Mancanza che il successo della Tosca non cancella. E giustamente Patricelli cita in proposito la scuola, dove la nostra “bellezza” dovrebbe essere studiata e invece no. O lo è molto poco.

Chiunque conosce la situazione della musica. Del suo studio, quello vero e proprio. Nelle aule dell’obbligo scolastico praticamente non esiste. Perfino nei conservatori, a volte, ha vita dura. E la ragione autentica, con tutti i distinguo naturalmente necessari, non è sempre la solita, buttata lì con superficialità infantile, dei professori e dei programmi, degli strumenti e delle strutture e dei blablablà. No.

La ragione autentica di quest’assenza, che tutte le altre muove e include, è una, e una sola. Si chiama politica. Si chiama cultura, che quasi tutti i politici non hanno da decenni. E siccome non ne hanno, dell’ignoranza non hanno nemmeno la vergogna e sono capaci del peggior pelo per le peggiori istanze. Così, per vanagloria e reciproco livore, mettono e rimettono le mani proprio sulla scuola, dove, per colpa solo loro, non hanno mai imparato nulla. E a maggior ragione agiscono in tal modo, se vi aveva per caso messo mano il loro immediato predecessore. Tutti a esercitare sulla povera didattica italiana la loro arrogante ignoranza. O, quando va bene, la loro inetta buona volontà.

Il risultato è che provate voi a parlare agli studenti dell’importanza di conoscere la Tosca e l’opera italiana, da parte di insegnanti musicisti pur bravissimi ma che l’istituzione scolastica considera essa stessa sottozero – ha ragione, Patricelli! E fare questo quando quegli studenti, a ogni ora del giorno e della notte, leggono sui social i pensierini di ministri e parlamentari che non riescono nemmeno sempre a scriverli senza commettere errori d’italiano. Ecco. Sono i politici di oggi, quasi tutti. E questo è il deserto cui hanno ridotto la nostra scuola. Chiunque conosca dieci di loro a caso, di tutti i partiti, e ne trovasse più di uno che sapesse qualcosa oltre il da farsi per provare a rimaner seduto dove sta, sarebbe fortunato.

Eppure una speranza c’è. E qui mi azzardo a discordare dal maestro Patricelli. Perché comunque, nonostante tutto, nel delirio che riservano alla scuola “questi qua”, come li chiama in un libro bellissimo Filippo Ceccarelli, consolano quei tre milioni di persone alla tv per guardare non l’ultimo giochetto ma la Tosca, l’opera, la musica, l’Italia. Consolano, e non credo fondato affatto il ragionamento su di loro di diversi commentatori, anche di Patricelli seppure con argomenti più nobili e interessanti, quando hanno scritto che guardando e applaudendo la Tosca, guardavano e applaudivano la propria mania di partecipazione a tutti i costi, se non – tout court – se stessi.

Non è così. Perché è un ragionamento che non ha in conto quale sia la forza d’attrazione che la bellezza comunque esercita. Chi entri nella Cappella Sistina, non importa che sappia di Sisto IV, Giulio II o Michelangelo. Guarda, e sviene. E torna, e vorrebbe tornare mille volte. Così per la Tosca. E nonostante che a scuola non se ne parli.

Sognerò, ma voglio fortemente credere che la recita di Tosca a Sant’Ambrogio non sia stata applaudita dai fricchettoni che dicono certi fricchettoni a loro volta, ma da milioni d’innamorati di colpo della sua bellezza. E che l’applauso più bello, quello lungo quattro minuti quattro per il Capo dello Stato – sono tanti, duecentoquaranta secondi! – sia esploso per dire grazie a chi la Politica con la P maiuscola difende dai predoni d’ogni dove.

Ce ne fossero, di serate così per tutti giorni.

***

P.S. Una sola, piccola, annotazione da musicista, sulla musica suonata e cantata. Molti giudizi ho letto (validi o no, qui non importa) sui cantanti e sul direttore e sul regista e su tutto il resto. Però, forse, il suono e la bellezza strumentale di Fabrizio Meloni al clarinetto in “E lucevan le stelle” sono stati il minuto e mezzo migliore della rappresentazione. E dico “forse”, perché con Meloni ho suonato io stesso ovunque e non vorrei apparir troppo di parte.

* Nazzareno Carusi è un pianista italiano, allievo di Alexis Weissenberg, si è esibito nelle principali istituzioni musicali del mondo. Riccardo Muti lo ha definito “un pianista eccellente e un musicista di altissimo valore”.

Nazzareno Carusi sulla Tosca inaugurale della Scala - List, 16 dicembre 2019