Il Centro, 13 aprile 2019

Addio a Lucia Passaglia, eccelsa maestra di piano 
[di Nazzareno Carusi] 

Nel 1981 partecipai al Concorso pianistico di Osimo. Era la prima volta e suonai come sapevo, ma arrivai tra gli ultimi. Nel volumetto dedicato alla storia di quella competizione c’era però l’elenco degli insegnanti i cui allievi avevano negli anni precedenti ricevuto il maggior numero di premi. Mio padre, che per fortuna mia e di mia sorella pretese sempre studi molto seri, vi scorse il nome di Lucia Passaglia citato più degli altri e pensò che dovesse essere lei la mia maestra.

Prendere informazioni non era allora facile e passarono un paio d’anni prima di incontrare a Lucca, in un altro concorso, Francesca Cardone, bravissima, chietina, che di Lucia Passaglia era allieva e la cui mamma dette alla mia i recapiti dicendole che “la signora” era fiorentina e in ruolo al conservatorio di Firenze, ma aveva una casa a Pescara, città della quale s’era innamorata insegnandovi negli anni ‘70: una bella villetta ricavata da uno stabile in rovina e chiamata perciò “Lu sfasce”, luogo del cuore dove ha vissuto fino alla fine.

Avevo quindici anni quando mi presentai dunque da lei per l’audizione, preparato benissimo dalla signora Marrama di Avezzano che nel frattempo aveva sostituito il mio vecchio insegnante. La Passaglia mi ascoltò, le piacqui e dopo qualche mese entrai nella sua classe al conservatorio di Firenze.

Nata il 13 ottobre del 1930, allieva di Guido Agosti in Accademia Chigiana e di Arturo Benedetti Michelangeli a Bolzano, aveva ereditato dal primo la capacità chirurgica d’analisi della partitura e dal secondo il dominio assoluto dei suoni del pianoforte, nella loro più intima fattura. Ricordo ancora la chiarezza sfolgorante della sua incisione giovanile del Concerto di Stravinskij al Maggio Musicale Fiorentino. Possedeva un orecchio prodigioso e fu insegnante di quella severità amorevole che dev’essere propria di una madre e un padre: ciò che lei è stata per noi, suoi allievi. Non lasciava cadere nulla e lo faceva a volte con durezza. Però una sua parola d’approvazione, una sola, era una festa che durava giorni. Aveva personalità d’acciaio e forgiò a questa sua temperatura il nostro sistema emotivo e musicale, anche a rischio che a fronte di tanta intensità qualcosa di noi con qualcosa di suo cozzasse. Capitò, infatti. E capitò a me, col seguito di quasi trent’anni di silenzio. Ma oggi, quella stessa intensità è riposta potente e definitiva nel sentimento d’una gratitudine senza fine.

Ero istintivo e capriccioso, e fu lei a darmi un metodo razionalissimo di studio. Mi parlò per prima della grandezza di Alexis Weissenberg, che fu poi il mio mentore. E fu sempre lei a volermi allievo, in trio con il violino e il violoncello dei suoi figli Alessandro e Federico, del triestino Adriano Vendramelli, gli anni di studio con il quale si rivelarono determinanti a tutto il mio futuro.

Quando Alessandro mi ha telefonato venerdì 5 scorso per dirmi che la sua mamma non c’era più, una cascata di ricordi, di gioie e di rimpianti mi ha travolto. E le lacrime non bastano.

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Il Centro, 13 aprile 2019